#MID033 | Sommerso dallo spam
I GPTs personalizzati di OpenAI sono già passati di moda?
I GPTs personalizzati di OpenAI sono già passati di moda? Probabilmente, no. Eppure, c’è parecchio malcontento tra gli sviluppatori: lamentano la progressiva diminuzione del numero degli utenti sul GPT Store e l’insufficiente supporto operativo da parte della stessa OpenAI.
Il GPT Store di OpenAI, inizialmente pensato come un marketplace in cui condividere le proprie creazioni, è ora sommerso dallo spam, con implicazioni legali non indifferenti. Alcuni GPTs sembrerebbero essere stati clonati da popolari franchise cinematografici, televisivi e dei videogiochi, senza l’autorizzazione dei relativi proprietari.
In altre parole, lo store è praticamente infestato da GPTs di ogni tipo, molti dei quali potrebbero potenzialmente violare il copyright. E, da quanto si legge in giro, non vi sarebbe alcuna moderazione da parte dell’azienda americana.
Chi detta l’agenda di OpenAI?
Qualcuno sostiene che OpenAI sia stata “distratta” da altri progetti (vedi il recente investimento congiunto con Microsoft per realizzare un data center da 100 miliardi di dollari), a suo modo di vedere, molto più remunerativi, e che abbia lasciato solo le “briciole” ai poveri utenti premium del suo chatbot.
Che dire? Mi sembra un’opinione quantomeno plausibile. L’agenda la detta, ovviamente, Microsoft e non credo che a Satya Nadella interessino più di tanto i “fantomatici” GPTs!
Sam Altman aveva annunciato in “pompa magna” il lancio dei GPTs a novembre 2023 e, solo qualche mese più tardi, quello del GPT Store, definendo i chatbot personalizzati di OpenAI come “strumenti per compiere ogni tipo di attività”.
Per qualche giorno, il web è andato in subbuglio: tutti hanno immaginato un futuro fatto di partecipazione attiva, monetizzazione e contributi attivi allo sviluppo di una tecnologia rivoluzionaria ed abilitante.
Ma, come dicevo poco fa, il tutto si è rivelato un fuoco di paglia. L’dea è senz’altro buona, se non buonissima (ma chi sono io per dirlo?), ma, per far crescere un modello di business così “partecipativo”, bisogna quantomeno applicarsi e non lasciare tutto in mano agli utenti.
Il marketplace del futuro
A detta di OpenAI, a pochi mesi dal loro lancio, sarebbero già stati creati 3 milioni di chatbot personalizzati, con circa 6 milioni di visite mensili. Numeri pazzeschi. Eppure, al momento, i GPTs pubblici presenti sullo store sarebbero solo 160.000. La maggior parte degli utenti proviene dagli Stati Uniti (15,2%), seguiti da India (6,3%), Giappone (4%) e Canada (2,7%).
Sebbene, come vi raccontavo poco fa, in molti abbiano storto un po' il naso, è innegabile che siamo tutti in fervida attesa del lancio definitivo del programma di monetizzazione dello store, che rappresenterebbe – a condizione che i suoi creatori ci si dedichino almeno un po’ – la componente “veramente” innovativa dell’intero progetto.
Eh sì, è chiaro a tutti (figuriamoci ad OpenAI!) che, di questi tempi, senza il contributo attivo degli utenti, nessun modello di business rivolto al mercato consumer potrebbe mai “funzionare”. Eppure, al di là di queste imprescindibili condizioni, non ultima, quella di far rispettare il copyright, l’idea di poter creare, comprare e vendere i propri chatbot personalizzati in un marketplace dedicato è senz’altro stimolante.
Potrei raccontarvi della procedura per creare il vostro GPT personalizzato, ma ve la risparmio. Nel caso in cui aveste comunque bisogno di una guida per orientarvi, vi consiglio di seguire quella di Wired.


