#MID048 | Il prezzo della libertà
Secondo The New York Times, su Telegram esisterebbero oltre 16.000 canali che vendono droghe, armi e contenuti pedopornografici.
Non vi tedierò con l’ennesimo approfondimento pseudo-giornalistico su Pavel Durov, l’enigmatico fondatore di Telegram e, meno che mai, sul suo rocambolesco arresto di qualche settimana fa in Francia. Lo hanno già fatto in molti, tra l’altro, piuttosto bene. In ogni caso, potete sempre lanciare una query su Google (“Pavel Durov“) e destreggiarvi fra gli innumerevoli risultati restituiti.
In realtà, volevo segnalarvi un articolo di The New York Times, che mi ha davvero colpito, in cui Adam Satariano e Paul Mozur hanno documentato, in maniera, forse, un po' cruda, ma senz’altro giornalisticamente inappuntabile, ciò che avviene quotidianamente sulla popolarissima app di messaggistica. Secondo l’approfondita analisi del Times, su Telegram esisterebbero oltre 16.000 canali che vendono droghe, armi e contenuti pedopornografici. La piattaforma sarebbe, inoltre, utilizzata dai suprematisti bianchi, gruppi terroristici, come Hamas e ISIS, e neo-fascisti per diffondere messaggi di odio e coordinare attività illegali.
Come sappiamo, le principali differenze fra Telegram e WhatsApp riguardano la privacy. Se WhatsApp utilizza la crittografia end-to-end per tutte le chat (solo il mittente e il destinatario possono leggere i messaggi), Telegram utilizza questa tecnologia solo per le cosiddette “chat segrete”. In altre parole, a differenza di WhatsApp, dove la conservazione delle conversazioni avviene sul cloud (meno sicuro), in Telegram, in particolare, nelle “chat normali”, queste sono conservate tramite backup sui server dell’applicazione (i messaggi sono criptati sul dispositivo dell’utente e decriptati sul server di Telegram).
Non credo servano ulteriori spiegazioni per comprendere le enormi “potenzialità criminali” di Telegram per garantire la segretezza delle proprie conversazioni. Sarebbe questo il “prezzo della libertà”? L’utopia dei fratelli Durov, nel corso di questi ultimi anni, è restata tale. A mio avviso, il prezzo da pagare è troppo alto, soprattutto perché si ripercuote pesantemente sui più giovani, sui nostri figli e i nostri nipoti. Non può esistere libertà sui Social Media e, più in generale, su Internet, senza “moderazione”. Sebbene Pavel Durov abbia dichiarato che solo una piccola percentuale degli utenti utilizza l’app per scopi illeciti, The New York Times ha scoperto che le richieste di rimozione di contenuti illegali sono spesso ignorate.
Qualcuno potrebbe obiettare che il “lato oscuro” della moderazione sia la limitazione delle libertà personali. Da un certo punto di vista, potrebbe anche essere un’opinione plausibile. Eppure, dopo averci riflettuto a lungo (anche per alcune vicende personali che mi hanno costretto a farlo), sono giunto alla conclusione che il bersaglio sia sbagliato e che un certo grado di moderazione serva sempre. Insomma, si dovrebbe discutere delle sue “regole”, anche animatamente, ma non della moderazione in quanto tale.
Chi mi conosce, sa perfettamente che non sono un “bacchettone” della vecchia guardia. Eppure, ritengo che le libertà personali delle persone finiscano dove cominciano quelle degli altri. Cercare di risolvere il problema vietando i Social Media ai quattordici-sedicenni (come si sta provando a fare in Australia) non è la soluzione. Bisogna agire diversamente, scambiando un po’ della nostra “preziosa” libertà in cambio di adeguate garanzie. Per questo, qualche settimana fa, ho deciso di rimuovere Telegram dal mio smartphone, sperando che gli eventi di questi ultimi mesi possano in qualche modo scuotere le coscienze.
Buon weekend!



