#MID057 | Fare arte con l’AI
Avreste mai immaginato che un robot o, meglio ancora, una AI, potesse “fare arte”?
Avreste mai immaginato che un robot o, meglio ancora, una Intelligenza Artificiale, potesse “fare arte”? Io no davvero, ma evidentemente Sotheby, che di arte ne capisce senz’altro più di me, non la pensa esattamente in questo modo. È di qualche giorno fa, infatti, la notizia che, per la prima volta in assoluto nella sua storia, la rinomatissima casa d’aste britannica è riuscita a vendere un’opera interamente realizzata da un robot umanoide (AI-DA) al prezzo di oltre 1 milione di dollari. L’opera, “AI God. Portrait of Alan Turing”, raffigurante Alan Turing, il celebre matematico e padre dell’informatica moderna, è stata realizzata utilizzando una combinazione di algoritmi AI, braccia robotiche e telecamere.
Ciò che mi ha colpito, più dell’idea in sé, è stato il risultato (lo trovate qui sotto). Lo ripeto: non sono un critico d’arte e le mie opinioni a riguardo si basano esclusivamente su ciò che ho studiato e letto, oltreché su una serie di esperienze personali. Eppure, ritengo di non dire un’eresia affermando che questo dipinto di Alan Turing è “piuttosto originale”. Senza dover necessariamente rivedere insieme i principi fondamentali su cui si basa il funzionamento di una “macchina”, intravedo una certa “creatività” in questo esperimento. Perché, parliamoci chiaro, la creatività parte sempre da ciò che conosciamo, con la sola differenza che una Intelligenza Artificiale è in grado di “conoscere” ed “apprendere” in tempi incredibilmente più rapidi ed efficaci rispetto ad un semplice essere umano.
Ciò che le manca, senza, per questo, voler essere retorici, non è tanto lo slancio creativo, ma quel quid che a me piace definire “sensibilità”. Non sarebbero sufficienti neppure quantità inimmaginabili di dati per trasformare una macchina, seppur perfetta, in un soggetto implicitamente “sensibile”. Al di là delle fandonie che da mesi ci raccontano i vari Sam Altman ed Elon Musk. Eppure, ed è sotto i nostri occhi, una “macchina”, se ben istruita, è in grado di “fare arte” o, quantomeno, “simularla in maniera originale”. Sono gli algoritmi, ovviamente, a governarla e, quindi, alla fine dei giochi, è pur sempre un essere umano (in carne ed ossa) a definirne gli obiettivi (è stata ideata dal direttore creativo Aidan Meller). Ma, come vi dicevo, il risultato è concreto ed è indubbiamente sotto i nostri occhi.
Se fossi un collezionista d’arte, deciderei di spendere 1 milione di dollari per comprare il dipinto di AI-DA? Pur non avendo (neppure lontanamente) tutti questi soldi nel mio conto in banca, probabilmente, la riterrei una scelta coraggiosa. Non me ne vogliano tutti gli artisti che leggono ogni settimana questa newsletter, ma sono più che convinto che per affrontare il futuro, è assolutamente imprescindibile provare a rompere gli schemi precostituiti, non solo dell’arte in senso stretto, ma anche e soprattutto della cultura nella sua interezza. Se, fino a questo momento, “fare arte” poteva significare (anche) disegnare un puntino nero oppure spillare una buccia di banana su una tela bianca, mi chiedo per quale incomprensibile motivo non si possa fare altrettanto servendosi di una Intelligenza Artificiale. Alla fine, dietro ad ogni tecnologia, c’è sempre un essere umano. E se questo essere umano fosse un artista?




