#MID089 | Troppa fretta
“io”, l’iniziativa firmata da Jony Ive e Sam Altman, è scomparsa quasi senza lasciare traccia dai canali ufficiali di OpenAI.
Ciao a tutti. Prima di raccontarvi dell’ennesimo scivolone di Sam Altman, voglio anticiparvi che quella che vi apprestate a leggere sarà l’ultima newsletter prima della pausa estiva. Make It Digital tornerà a settembre, più pimpante che mai. Nel frattempo, se volete scrivermi, non esitate a farlo. È sempre un piacere confrontarsi e creare nuove connessioni.
È bastato un nome – due lettere appena – a mettere in crisi la strategia di marketing di uno dei progetti più ambiziosi del 2025. “io”, l’iniziativa firmata da Jony Ive e Sam Altman, di cui vi ho parlato già qualche settimana fa, è scomparsa quasi senza lasciare traccia dai canali ufficiali di OpenAI, non per una scelta strategica, ma, piuttosto, per un obbligo legale. Un tribunale federale ha infatti imposto la rimozione immediata del nome e del marchio di “io” a causa di una disputa con iyO, una società che produce auricolari potenziati dall’Intelligenza Artificiale.
Insomma, sembrerebbe solo un dettaglio. Ma è proprio nei dettagli che si gioca la credibilità di un brand. E in questo caso, la leggerezza – o forse la fretta – con cui OpenAI ha annunciato il progetto prima di blindarne ogni aspetto legale ha mostrato il fianco ad un errore tanto banale quanto evitabile.
La sostanza del progetto non è in discussione. L’accordo tra OpenAI e Ive, valutato attorno ai 6,5 miliardi di dollari, resta lì dov’è. La visione rimane ambiziosa: un dispositivo AI “discreto”, elegante, potenzialmente capace di ridefinire il nostro rapporto con la tecnologia. Eppure, oggi, “io” è soltanto uno sbiadito ricordo. Video, pagine web, comunicati stampa: tutto è stato cancellato, come se non fosse mai esistito.
Non lo definirei semplicemente contrattempo legale, ma un vero e proprio danno di immagine. Fare annunci senza cautela equivale ad esporre il proprio progetto al rischio di smarrirsi prima ancora di nascere. Le startup lo imparano molto presto. Le big tech, invece, sembrano ancora cedere alla tentazione del “tutto e subito”, spesso dimenticando che ogni annuncio pubblico è anche un’esposizione a potenziali contenziosi.
In questo caso, la somiglianza tra “io” e “iyO” non è stata ritenuta affatto irrilevante. I nomi non solo si pronunciano in modo simile, ma entrambi fanno riferimento a dispositivi AI portatili e personali. Per il tribunale federale che si è pronunciato in tal senso, la probabilità di confusione è sufficiente per imporre lo stop. E intanto iyO – la piccola controparte – guadagna visibilità, mentre OpenAI deve giocare in difesa.
Ma la vera domanda da porsi è la seguente: com’è possibile che una realtà come OpenAI, con risorse quasi illimitate ed ambizioni globali, non abbia previsto un simile scenario? Dove sono finiti il controllo del rischio, la due diligence, la prudenza nel brand positioning? Possibile non abbiano fatto una preventiva ricerca di mercato?
La risposta – sempre che ve ne sia una – risiede, probabilmente, in una sorta di cultura del “lancio continuo”, dove l’anticipazione conta più della sostanza, e dove l’hype precede la concretezza (pensate, ad esempio, alla tanto chiacchierata nuova startup di Mira Murati). Ma quando i riflettori si accendono troppo presto, ogni passo falso diventa pericoloso. E un semplice nome – due lettere, niente più – può trasformarsi in un boomerang.
OpenAI assicura che il progetto andrà avanti. Ma la vicenda “io” dovrebbe rappresentare un monito per tutti coloro che sono in procinto di lanciare un nuovo progetto tecnologico, non solo per Sam Altman e Jony Ive: se non è accompagnata dalla responsabilità di un’esecuzione attenta, l’innovazione, da sola, non basta. Questo è poco, ma è sicuro.




