#MID093 | Uno su due
La preoccupazione non è tanto che l’Intelligenza Artificiale ci rubi il lavoro, ma, piuttosto, che finisca col mettere in discussione ciò che ci rende umani.
Gli americani hanno un rapporto davvero molto curioso con l’Intelligenza Artificiale: la conoscono tutti, la amano in pochi e la temono in tanti. Questo è il quadro che emerge da un recente sondaggio del Pew Research Center, che ha coinvolto oltre cinquemila adulti.
Quasi il 95% degli intervistati ha sentito parlare di AI - e fin qui, tutto nella norma - ma solo il 10% di essi si dichiara entusiasta di un futuro governato da queste tecnologie. Al contrario, la metà degli americani afferma apertamente di essere preoccupata, come se l’Intelligenza Artificiale fosse una specie di coinquilino invadente: utile per sbrigare certe faccende domestiche, ma sempre pronto a frugare nei cassetti più intimi.
Insomma, la preoccupazione non è tanto che l’Intelligenza Artificiale ci rubi il lavoro, ma, piuttosto, che finisca col mettere in discussione ciò che ci rende umani. Secondo la maggioranza degli intervistati, infatti, l’utilizzo crescente di queste tecnologie peggiorerà la nostra creatività e la capacità di costruire relazioni significative. In altre parole, l’AI potrà anche essere in grado di scrivere poesie, ma rischia di lasciarci incapaci di sentirle davvero.
Il campo, quindi, risulta suddiviso in due grandi categorie: da un lato, i settori in cui l’Intelligenza Artificiale è accolta a braccia aperte, dall’altro, quelli in cui è considerata alla stregua di un ospite indesiderato. Quando si tratta di scovare frodi bancarie, prevedere il meteo o contribuire alla ricerca farmaceutica, gli algoritmi sono percepiti come alleati preziosi, ma appena entrano in gioco ambiti più intimi e personali, come fede, amore o amicizia, scatta il rifiuto. Una linea di confine netta, che separa la sfera dell’efficienza da quella dell’identità.
Non a caso, molti invocano più controllo sugli strumenti di Intelligenza Artificiale. Il paradosso, però, è che nella vita di tutti i giorni lasciamo che gli algoritmi scelgano la musica da ascoltare, il percorso più rapido da fare o il film da guardare la sera. La definirei una ipocrisia tipicamente umana: ci indigniamo perché vogliamo un guinzaglio più corto, ma intanto allunghiamo la mano senza pensarci quando serve comodità.
In questa ambivalenza, non mancano sfumature generazionali: i giovani, cresciuti in simbiosi con la tecnologia, mostrano un briciolo in più di ottimismo, mentre i più anziani sono più sospettosi. Ma l’atteggiamento di fondo, quello che prevale, è trasversale: una diffidenza diffusa che va ben oltre le differenze di età, reddito o cultura politica. Un risultato curioso, se pensiamo a quanto oggi l’America sia frammentata e divisa praticamente su quasi tutto.
Certo, non bisogna dimenticare che i sondaggi non raccontano la realtà, ma la percezione della realtà. Che l’Intelligenza Artificiale impoverisca davvero la creatività o le relazioni è tutto da dimostrare; qui si fotografa ciò che le persone sentono, non ciò che accade veramente. E termini come “abilità creative” o “relazioni significative” sono talmente ampi da prestarsi alle interpretazioni più disparate.
Nonostante tutto, i dati mostrano quali corde emotive la tecnologia sta toccando, quali tabù sta scardinando e, soprattutto, quali spazi di fiducia riesce ad aprire. Il problema, semmai, è la velocità. Lo scenario cambia così rapidamente che il questionario somministrato a giugno e pubblicato a settembre rischia di essere già parzialmente datato.
Ci sono, poi, alcuni aspetti che restano ancora in ombra. Per esempio, come reagiscono coloro che lavorano quotidianamente con queste tecnologie rispetto a chi ne ha solo una vaga idea? E quando gli intervistati chiedono “più controllo”, pensano a leggi federali, ad organismi indipendenti o, più semplicemente, ad un comodo tasto “off” sullo smartphone? Dettagli che farebbero senz’altro la differenza.
Lo studio del Pew Research Center racconta un paese in bilico tra desiderio e paura. Da una parte, l’AI come strumento utile ed invisibile, dall’altra, come minaccia per ciò che percepiamo insostituibile. È un rapporto ambiguo, fatto di dipendenza quotidiana e diffidenza profonda. E forse l’ironia più grande è che chiediamo all’Intelligenza Artificiale di semplificarci la vita, ma ci spaventa l’idea che possa semplificare anche noi. È come se un giorno scoprissimo che il nostro “io interiore”, la nostra “anima”, direbbe qualcuno, non è altro che un aggiornamento software. In quel caso sì, l’ansia sarebbe più che giustificata.
La "valle perturbante" non è un semplice bug o un problema di latenza, risolvibile con un po' di codice in più. È un precipizio, un vuoto improvviso che si apre proprio quando credi di aver costruito l'esperienza utente perfetta. [Andrea Camerino]
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