#MID095 | Osservare non basta
Creare un robot che assomigli ad un essere umano non significa dare per scontato che sia in grado di fare ciò che sappiamo fare noi.
Rodney Brooks, uno dei nomi più autorevoli della robotica contemporanea (co-fondatore di iRobot), in un recente articolo pubblicato sul suo blog, smonta con precisione quasi chirurgica una retorica molto diffusa: quella che i robot umanoidi possano davvero imparare a muovere le mani con la stessa destrezza degli esseri umani. L’idea è oltremodo affascinante, perché ci fa immaginare un futuro in cui i robot si muovono nei nostri ambienti quotidiani e fanno esattamente ciò che facciamo noi, nello stesso modo in cui lo facciamo noi. È un sogno senz’altro stimolante, almeno dal punto di vista del marketing, ma secondo Brooks ha fondamenta molto fragili. La questione, sostiene, è che la destrezza manuale non si ottiene imitando la forma o i gesti degli esseri umani, ma dipende da un insieme di sensi e capacità che i robot, almeno oggi, non possiedono.
Insomma, per farla breve, osservare non basta. Molti progetti di robotica cercano di addestrare macchine a manipolare oggetti partendo da video di mani umane all’opera. È l’idea del “guarda e impara”: se un robot vede abbastanza volte qualcuno aprire una bottiglia o avvitare una vite, prima o poi saprà farlo anche lui. Brooks taglia corto: non è così che funziona. Perché i video, per quanto dettagliati, catturano solo l’aspetto visivo di un gesto, ma non raccontano ciò che conta davvero, cioè il senso del tatto, la pressione delle dita, le vibrazioni, le micro-regolazioni della forza. Quando afferriamo una tazzina, non ci limitiamo a vederla: la sentiamo tra le dita, correggiamo la presa se ci sta per scivolare dalle mani, dosiamo la forza in base al peso.
Brooks insiste sul fatto che la mano degli esseri umani è una meraviglia evolutiva che lavora in sinergia con un sistema nervoso incredibilmente raffinato. Migliaia di recettori tattili ci permettono di distinguere consistenze, temperature, scivolamenti minimi, e questo bagaglio sensoriale guida ogni azione manuale. Nei robot attuali, invece, i sensori tattili sono piuttosto rudimentali o del tutto assenti. E quando vengono introdotti sistemi di teleoperazione, in cui un umano controlla un robot a distanza, il feedback che l’operatore riceve è scarso, distante anni luce dalla ricchezza sensoriale della nostra mano. In queste condizioni, l’apprendimento rimane limitato e non consente di sviluppare quella prontezza istintiva che noi diamo per scontata.
Un altro problema, osserva Brooks, è che molti sistemi di apprendimento robotico cercano di costruire una relazione diretta tra “ciò che percepisco” e “ciò che faccio”, senza sviluppare livelli intermedi di pianificazione, obiettivi e strategie. È un approccio troppo rigido, incapace di adattarsi ad imprevisti o a compiti complessi. L’essere umano, quando manipola qualcosa, non si limita a ripetere un gesto: pensa, anticipa, corregge, esplora. Replicare tutto questo richiede molto più di un algoritmo end-to-end addestrato su migliaia di ore di video.
Come se non bastasse, Brooks mette in luce anche un altro grande scoglio da superare: la locomozione bipede. Anche ammesso che un robot sviluppi mani degne di nota, rimane il problema di farlo camminare in modo sicuro e naturale. I robot umanoidi non camminano come noi: usano motori potenti e controlli complessi per rimanere in equilibrio, ma questo li rende meno resilienti e potenzialmente più pericolosi. A differenza dei nostri tendini elastici, capaci di assorbire urti e aggiustamenti, i loro movimenti sono rigidi, e quando sbagliano rischiano di generare forze enormi. Qui la fisica non perdona: costruire un robot a grandezza naturale significa aumentare il suo peso molto più rapidamente della capacità di sostenerlo. Insomma, ogni caduta è un mezzo disastro annunciato. Non a caso, nota Brooks con una certa ironia, nei video promozionali di molte aziende si evita accuratamente di far camminare i robot vicino alle persone. E lui stesso consiglia, senza mezzi termini, di non avvicinarsi mai a meno di tre metri da un robot umanoide in movimento.
Fin qui, il quadro tracciato sembra piuttosto cupo. Eppure, Brooks non è un guastafeste per vocazione. Al contrario, la sua analisi è preziosa perché smonta le illusioni ed invita ad un approccio più realistico. Le sue argomentazioni si basano su dati neuroscientifici, esperienze industriali ed osservazioni pratiche, non su un “pessimismo cosmico”. E allo stesso tempo, lascia aperta la porta a sviluppi futuri. Già ci sono diversi esperimenti sul campo, per esempio, in cui si raccolgono dati tattili collegando mani robotiche a guanti sensoriali, un passo avanti rispetto al semplice “guardare video”. E Brooks non esclude che i robot del futuro possano trovare forme diverse, non necessariamente umanoidi, per svolgere compiti utili. Magari ruote invece di gambe, pinze specializzate invece di mani, sensori che noi non abbiamo e che permetterebbero loro di agire in modi forse inimmaginabili, ma pur sempre efficienti.
La messaggio di Brooks è semplicemente quello di ricordarci che il fascino dell’umanoide si serve spesso del marketing per compensare gli attuali limiti tecnologici. Creare un robot che assomigli ad un essere umano non significa dare per scontato che sia in grado di fare ciò che sappiamo fare noi. E soprattutto, la destrezza non è un optional: è l’essenza stessa del nostro modo di interagire col mondo. Finché i robot non svilupperanno un senso del tatto avanzato, un controllo fine della forza ed un’architettura di apprendimento capace di pianificare e reagire, resteranno più vicini a marionette, seppur sofisticate, che non a compagni di lavoro affidabili.
Naturalmente, resta sempre la possibilità che un balzo tecnologico rivoluzioni completamente lo scenario. Ma, per ora, la prudenza di Brooks sembra più che giustificata. In fondo, se domani un robot saprà raccogliere una foglia e deporla su un tavolo senza stropicciarla né lasciarla cadere, saremmo sempre pronti a dire che la destrezza artificiale ha fatto un passo avanti. Fino ad allora, però, conviene tenere i piedi ben saldi a terra e non farsi incantare dai video promozionali di macchine che ballano: belle da vedere, certo, ma ben lontane dal sostituirci nelle nostre sfide quotidiane.
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