#MID105 | Calci negli stinchi
C’è qualcosa di affascinante, ma perverso, nel guardare un ingegnere prendere a calci un robot.
C’è qualcosa di affascinante, ma perverso, nel guardare un ingegnere prendere a calci un robot. Se avete bazzicato su YouTube nell’ultimo decennio, conoscerete sicuramente la scena: un quadrupede meccanico, che assomiglia vagamente ad un cane decapitato o a un mulo da carico post-apocalittico, trotterella su un terreno accidentato. All’improvviso, un essere umano in jeans e maglietta entra nell’inquadratura e sferra un calcio laterale degno di un terzino di terza categoria dritto sul fianco della macchina.
La macchina barcolla. Le sue gambe idrauliche (o elettriche, a seconda dell’annata) annaspano freneticamente, i giroscopi impazziscono, i motori ronzano come vespe arrabbiate. Per un secondo sembra destinata a rovinare al suolo. E invece no. Con una grazia inquietante, si stabilizza, riprende l’equilibrio e continua a camminare come se nulla fosse accaduto.
Noi, da dietro lo schermo, tiriamo un sospiro di sollievo, ma subito dopo veniamo assaliti da un pensiero oscuro: “Prima o poi, amico mio, quello il calcio te lo restituisce.”
È proprio da questa tensione tra la brutalità del test ingegneristico e la nostra proiezione emotiva che parte l’eccellente reportage di James Vincent, intitolato “Kicking Robots“, pubblicato nel numero di dicembre 2025 di Harper’s Magazine. Vincent, con il suo stile che mescola sapientemente scetticismo britannico e curiosità tecnica, ci porta nel cuore di questa strana “disciplina sportiva“ non ufficiale, usandola come grimaldello per scardinare la narrazione ipertrofica che circonda l’industria dei robot umanoidi.
Vincent inizia il suo viaggio ad Austin, in Texas, nei laboratori di Apptronik, una delle tante startup che promettono di liberarci dalla fatica fisica grazie ai loro nuovi “colletti blu” in metallo e silicio. Qui incontra Apollo, un robot umanoide che dovrebbe rappresentare il futuro della forza lavoro.
La prima cosa che colpisce del pezzo di Vincent è come smonti immediatamente l’aura di onnipotenza che circonda queste macchine. Siamo abituati ai video promozionali montati ad arte, dove i robot fanno parkour, saltano all’indietro o ballano meglio di noi alle feste aziendali. La realtà che Vincent descrive è molto più... goffa. Paragona il robot Apollo, mentre si prepara a muoversi, ad un “pugile artritico” che cerca di sciogliere i muscoli prima di un incontro che probabilmente perderà.
Ed è qui che entra in gioco il calcio. Per i “roboticisti”, spiega Vincent, prendere a pedate la propria creazione non è un atto di sadismo, né una manifestazione di luddismo preventivo. È, banalmente, il metodo più efficiente per testare l’equilibrio. Il “Kicking Test“ è il battesimo del fuoco per qualsiasi algoritmo di locomozione. Se non riesci a stare in piedi dopo una spinta, non sei pronto per il mondo reale, dove i pericoli non sono ingegneri dispettosi, ma tappeti arricciati, cavi vaganti e gatti domestici con manie omicide.
Tuttavia, c’è un abisso tra l’intenzione dell’ingegnere e la percezione del pubblico. Per l’esperto, il calcio è un input di dati; per noi profani, è un atto di bullismo. E siccome siamo programmati biologicamente per provare empatia verso tutto ciò che ha due occhi (o due telecamere) e quattro arti, ci sentiamo in colpa. O peggio, temiamo la vendetta. Vincent cattura perfettamente questa ansia collettiva: la paura che i robot stiano prendendo appunti, costruendo una lista nera in attesa del giorno del giudizio, o della “Singolarità”, o semplicemente del momento in cui decideranno di non aprirci più le porte automatiche del supermercato.
Vincent utilizza l’immagine del “robot barcollante” come metafora dello stato attuale dell’industria della robotica umanoide. Viviamo in un’epoca in cui i capitali di rischio si sono riversati a fiumi su queste aziende, cavalcando l’onda lunga dell’Intelligenza Artificiale Generativa. La logica degli investitori è lineare, quasi elementare: se ChatGPT ha dato un cervello al computer, ora dobbiamo dargli un corpo.
Il problema, purtroppo, è che il mondo fisico è molto più difficile da “hackerare” rispetto a quello digitale. Un LLM può allucinare una risposta sbagliata e al massimo prendersi una sgridata; un robot umanoide che “allucina” un movimento in una fabbrica può schiacciare un collega umano o distruggere macchinari costosi.
L’articolo di James Vincent mette in luce come l’industria sia drogata di “hype“. Si promettono macchine capaci di fare tutto - dal pulire casa all’assemblare automobili - ma ci si scontra con la dura legge della gravità e della durata delle batterie. C’è un passaggio esilarante in cui si descrive la discrepanza tra i video di robot muscolosi che sembrano pronti ad un’insurrezione militare e la realtà di macchine che faticano a piegare una maglietta senza sembrare confuse.
Vincent suggerisce che stiamo vivendo una bolla speculativa. La narrazione dell’inevitabilità - l’idea che, siccome la popolazione invecchia e la forza lavoro scarseggia, dobbiamo per forza riempire il mondo di androidi - sta spingendo le valutazioni azionarie alle stelle, ma spesso sono scollegate dai progressi reali. È il classico “fake it until you make it” della Silicon Valley, applicato però ad oggetti pesanti cento chili che possono caderti addosso.
Perché siamo ossessionati dal creare macchine a nostra immagine e somiglianza? Perché non ci accontentiamo di robot su ruote, infinitamente più stabili ed efficienti?
La risposta è puro narcisismo di specie. Vogliamo creare qualcosa che ci rispecchi, ma allo stesso tempo vogliamo dominarlo. Il calcio dato al robot è l’affermazione ultima della nostra superiorità biologica: “Tu sarai anche fatto di titanio e avrai un processore quantistico, ma se io ti spingo, tu cadi“.
Eppure, c’è anche tenerezza in questa narrazione. Vincent nota come, nonostante la goffaggine e i limiti tecnici, ci sia qualcosa di innegabilmente commovente nel vedere queste macchine tentare di stare in piedi. Prova, fallisci, cadi, rialzati, ripeti. È una lotta contro l’entropia che conosciamo fin troppo bene. Forse, in fondo, non proviamo pena per il robot perché pensiamo che sia vivo, ma perché la sua lotta per non cadere è la metafora perfetta della condizione umana.
Insomma, la nostra paura di un’apocalisse robotica alla Terminator è, al momento, del tutto infondata. I robot del 2025 non sono predatori alfa pronti a sterminarci; sono bambini grandi e costosi che hanno bisogno di essere ricaricati ogni quattro ore e che vanno in crisi esistenziale se spostiamo una sedia.
Quindi, la prossima volta che vedete un video virale di un robot preso a calci, non preoccupatevi troppo per l’imminente rivolta delle macchine. Preoccupatevi piuttosto per gli investitori che hanno messo i loro soldi in quella macchina. Il calcio più doloroso, alla fine, potrebbe non essere quello dato allo stinco di metallo, ma quello che lo scoppio della bolla rifilerà all’economia tech.
Nel frattempo, se incontrate un robot umanoide: non prendetelo a calci. Non perché si vendicherà, ma perché costa più della vostra automobile, e se lo rompete, i pezzi di ricambio li dovrete pagare voi.
👉 Dai voce al tuo brand su ogni canale: comunicazione strategica, storytelling autentico, contenuti che creano relazioni.




