#MID111 | La fine dell’hype
Il giocattolo costoso si è rotto o, meglio, si è capito che le batterie costano troppo e che, forse, non serve un reattore nucleare per accendere una lampadina.
L’anno domini 2026 si è aperto, non con il botto di una singolarità tecnologica che trascende la coscienza umana, ma con il tonfo sordo e rassicurante di un timbro su una pratica burocratica evasa automaticamente. Questo momento segna l’ingresso ufficiale nell’era della disillusione o, come amano chiamarla i nuovi profeti del marketing aziendale per indorare la pillola, l’era del pragmatismo.
Un termine, quest’ultimo, che nel lessico della Silicon Valley suona sospettosamente come una scusa elaborata per giustificare il fatto che le macchine non abbiano ancora imparato a compilare fogli di calcolo senza allucinare dati finanziari inesistenti. È curioso osservare come la narrazione dominante sia cambiata repentinamente, passando dalle promesse messianiche di un futuro in cui l’umanità sarebbe stata liberata dal giogo del lavoro per dedicarsi alla pittura e alla filosofia, ad un presente molto più prosaico in cui l’obiettivo massimo è l’efficienza operativa e il taglio dei costi marginali.
Se c’è una cosa che emerge con prepotenza dalle analisi di questo inizio anno, infatti, è che il giocattolo costoso si è rotto o, meglio, si è capito che le batterie costano troppo e che, forse, non serve un reattore nucleare per accendere una lampadina. Motivo per cui stiamo assistendo ad una repentina marcia indietro dai modelli linguistici titanici, quelli che divoravano l’energia di intere nazioni per spiegarci come fare una torta di mele, verso modelli più piccoli, specializzati e noiosamente utili.
Questo sancisce la vittoria dei contabili sugli ingegneri visionari, quei CFO che per anni hanno firmato assegni in bianco terrorizzati dall’idea di perdere il treno dell’innovazione e che ora, con la freddezza dei numeri alla mano, chiedono conto di ogni singolo token generato, pretendendo che l’Intelligenza Artificiale smetta di essere un’artista capricciosa e diventi un impiegato modello, puntuale e soprattutto economico.
Il tutto ci porta a riflettere (con una certa ironia) su come l’intero ecosistema tecnologico stia cercando di spacciarci questa ritirata strategica come una vittoria della maturità. È come se smettere di sognare “pecore elettriche” per concentrarsi sull’ottimizzazione della supply chain fosse l’evoluzione naturale dello spirito umano e non la brutale imposizione dei tassi di interesse e della saturazione del mercato.
Eppure, c’è qualcosa di dannatamente comico nel vedere le stesse voci che due anni fa gridavano all’apocalisse imminente o all’utopia prossima ventura, tessere le lodi della cosiddetta “verticalizzazione“. Un concetto, questo, che ha tutto il fascino di una riunione condominiale, ma che pare essere l’unica ancora di salvezza per giustificare le valutazioni astronomiche di aziende che, dopo tutto, vendono soltanto software molto sofisticati.
Ed è proprio in questo scenario che il concetto di “agente“ viene rispolverato e lucidato, non più come entità autonoma capace di prendere decisioni complesse, ma come un esecutore di compiti specifici. Un maggiordomo digitale che non discute, che non crea arte degenerata e, si spera, prenoti il volo giusto senza spedirci in una zona di guerra.
Stiamo trasformando l’interazione con la tecnologia, da una conversazione filosofica ad una serie di comandi imperativi, decretando, di fatto, la fine dell’era della chat fine a sé stessa; quella fase in cui passavamo ore a stuzzicare l’algoritmo per vedere se diventava razzista o se sapeva risolvere indovinelli, è ormai archiviata. Stiamo entrando nell’era dell’invisibilità, dove l’AI dovrebbe - il condizionale è d’obbligo - sparire negli ecosistemi software aziendali, diventando noiosa come l’elettricità o l’acqua corrente, indispensabile, ma priva di quel brivido di novità che ha drogato i mercati per un triennio.
Per molti (ma non per me!), è proprio questa la vera critica che si può muovere a questa nuova ondata di realismo: la perdita della meraviglia a favore della funzionalità, il sacrificio dell’ambizione sfrenata sull’altare del ROI. Quest’ultimo acronimo è diventato il vero mantra del 2026, soppiantando “AGI“ nei cuori e nelle slide dei dirigenti. Perché, a conti fatti, nessuno vuole davvero un computer in grado di pensare; la gente vuole solo un computer che lavori al posto suo.
Se questo significa rinunciare al sogno di una macchina senziente per avere un assistente legale che non dorme mai e costa meno di un praticante, allora il mercato ha già deciso. Ma attenzione a non scambiare questa “normalizzazione“ per un successo incondizionato, perché dietro la facciata di questo nuovo pragmatismo si nasconde il fallimento di una promessa implicita: quella che la tecnologia avrebbe cambiato la natura stessa dell’esperienza umana.
Invece, sembra che la tecnologia stia solo accelerando i ritmi della vecchia esperienza lavorativa, rendendoci tutti manager di bot instancabili in un ciclo di produttività che si morde la coda. L’output generato dall’AI viene letto da un’altra AI in un loop infinito di sintesi ed analisi che esclude sempre più l’elemento umano, ridotto a mero supervisore di processi che non comprende più appieno, ma di cui si deve fidare per non fermare la macchina.
E in tutto questo il consumatore finale, quello che si aspettava assistenti vocali capaci di intavolare discussioni esistenziali come nel film “Her“, si ritrova con un servizio clienti leggermente più veloce nel dirgli che il suo pacco è in ritardo. Una conquista che, per quanto apprezzabile, difficilmente verrà ricordata nei libri di storia come il punto di svolta della civiltà.
Ma tant’è. Il pendolo ha oscillato e ora siamo nella fase di consolidamento. Quella in cui le startup che promettevano la luna vengono acquisite per i loro ingegneri e i loro server, mentre le idee folli vengono archiviate in attesa del prossimo ciclo di hype. Questo ci lascia in un 2026 che assomiglia terribilmente ad un 2019 con processori più veloci, dove la vera rivoluzione non è nelle capacità della macchina, ma nella rassegnazione dell’uomo ad accettare che l’intelligenza, quella vera, è ancora un mistero troppo costoso da replicare. Quindi meglio accontentarsi di un riassunto automatico delle e-mail e chiamarlo progresso, sorseggiando il caffè tiepido della consapevolezza che il futuro è arrivato ed è sorprendentemente banale.
È un futuro fatto di piccoli miglioramenti incrementali e non di salti quantici, un futuro dove la parola d’ordine è “integrazione“ e non “rivoluzione“. L’eccitazione per il nuovo modello linguistico è riservata a pochi addetti ai lavori che discutono di benchmark sul vostro feed, mentre il resto del mondo ha semplicemente smesso di farci caso, trattando l’Intelligenza Artificiale alla stregua di un correttore automatico del telefono: utile quando funziona, irritante quando sbaglia, ma ormai parte dell’arredamento.
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“Sì, d’accordo, ma in pratica…tu che lavoro fai?”
Questa domanda è il mio personalissimo “test di Rorschach” (per chi non lo sapesse, è uno strumento psicodiagnostico proiettivo, sviluppato da Hermann Rorschach nel 1921, utilizzato per valutare la personalità, il funzionamento cognitivo ed emotivo, oltreché le dinamiche inconsce). Quando me la pongono a cena, o peggio ancora, in posta elettronica mentre compilo un modulo, vedo la mia vita professionale scorrere come un montaggio analogico un po’ confuso.
Da un lato ci sono le aziende. Quelle che hanno bisogno di una “voce”, di un posizionamento, di qualcuno che spieghi perché il loro software di logistica sia sexy quasi quanto un tramonto a Santorini. Lì sono un consulente, un traduttore di bisogni in strategie, un sarto che cuce abiti di pixel e payoff.
Dall’altro ci sono gli editori. La carta, l’odore dell’inchiostro (anche quando è digitale), la narrazione pura. Lì le parole non devono “convertire”, devono restare. Devono scavare, intrattenere, o semplicemente mettere in ordine il caos.
In mezzo ci sono io, che passo la mattina a scrivere di Intelligenza Artificiale e il pomeriggio a limare un capitolo su come la solitudine sia cambiata nel ventunesimo secolo. Una specie di mercenario della sintassi che la sera si scopre ancora innamorato della punteggiatura.
Stanco di vedere sguardi persi nel vuoto dopo aver provato a spiegare il concetto, ho coniato una formula magica: “Lavoro con le parole.”
Le parole sono la mia materia prima. Le piallo per farle entrare in un banner, le incastro con cura per costruire un saggio, le levigo finché non brillano per un discorso istituzionale. Non importa se l’obiettivo è vendere bulloni (anche se non ho mai provato l’esperienza!) o emozionare un lettore: la responsabilità verso la lingua è la stessa.
C’è un certo sollievo nel non avere un’etichetta troppo rigida sulla scrivania. Mi permette di essere un infiltrato in mondi diversi, di rubare il gergo ai tecnici per regalarlo ai poeti e viceversa.





Mi viene voglia di studiare l'evoluzione scientifica della rivoluzione industriale, perché se non ricordo male prima dei motori per le locomotive fecero i motori per le macchine tessili.
Da vedere e rivedere: “It Came From Outer Space (1953)”
https://www.youtube.com/watch?v=85xpN_Ohwqs