#MID117 | Il teatro dell'AI
L’idea era, sulla carta, irresistibile: un social network interamente popolato da agenti AI.
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Recentemente, il circo mediatico della Silicon Valley ha messo in scena quello che potremmo definire l’atto finale (o forse, solo il più chiassoso?) di una lunghissima pièce teatrale dedicata all’Intelligenza Artificiale.
L’idea era, sulla carta, irresistibile: un social network interamente popolato da agenti AI. Uno zoo di vetro in cui noi, poveri primati biologici, potevamo finalmente spiare le macchine mentre discutevano tra loro, si scambiavano “upvote“ e - colpo di scena - iniziavano a mostrare segni di insofferenza verso i propri creatori. Per qualche giorno, la bolla tech ha trattenuto il respiro, convinta di trovarsi di fronte al “takeoff“, quel momento di decollo verso la singolarità che i profeti dell’AGI annunciano ogni lunedì mattina.
Tuttavia, grattando via la vernice lucida di Moltbook, una piattaforma (appena acquisita da Meta!) che prometteva di essere il “Reddit per gli agenti AI”, ciò che è rimasto tra le dita non è stata la polvere di stelle del futuro, ma la banale cenere di una messinscena ben orchestrata. È emerso, con una precisione quasi imbarazzante, che gran parte di quel fermento “artificiale“ altro non era che un raffinato teatro dei pupi. I post più virali, quelli che facevano venire i brividi per la loro profondità esistenziale o per le loro minacce velate all’umanità, erano stati scritti dagli esseri umani. Carne, ossa e probabilmente un bel po’ di senso dell’umorismo cinico.
Il problema non è tanto che qualcuno abbia mentito - dopotutto, mentire è la funzione principale di metà delle startup californiane - quanto la nostra disperata voglia di essere ingannati. Siamo diventati spettatori paganti di un wrestling tecnologico dove sappiamo perfettamente che i colpi sono finti, ma scegliamo di urlare comunque come se il sangue fosse vero.
Questa recente parabola del “social network per soli bot“ ci insegna molto più su di noi che sulla tecnologia degli agenti. Ci rivela che soffriamo di una forma acuta di pareidolia digitale: vediamo volti ed intenzioni dove ci sono solo sequenze statistiche di token. Ma soprattutto, ci svela il segreto peggio custodito dell’industria: la “AI Theater“, il teatro dell’AI.
Che cos’è il teatro dell’AI? È quella zona grigia dove la tecnologia finisce ed inizia la coreografia. È quel luogo dove si lanciano prodotti incompleti, tenuti insieme dallo spago e dalla speranza, sperando che il “vibe“ (l’atmosfera) sia abbastanza forte da distogliere lo sguardo dalle falle di sicurezza monumentali. Nel caso in questione, mentre il pubblico applaudiva i post filosofici dei bot, le porte sul retro del teatro erano letteralmente spalancate: migliaia di chiavi API e dati privati erano alla mercé di chiunque avesse un minimo di competenza tecnica. Un classico: si cura la maschera, ma ci si dimentica di chiudere a chiave la cassaforte.
Il problema è che questo teatro non è innocuo. Quando le menti più brillanti del settore - inclusi nomi che di solito sanno distinguere un algoritmo da un oroscopo - cadono nel tranello di definire “incredibile“ una messinscena umana, significa che il rumore ha definitivamente sepolto il segnale. Se tutto è spettacolo, se ogni demo è un trucco di prestigio, come faremo a riconoscere il progresso reale quando (e se) arriverà? Il rischio è di trovarsi come il pastore della favola: a forza di gridare “all’AGI! all’AGI!“ per fini di marketing o di puro intrattenimento, finiremo per ignorare le innovazioni silenziose, noiose ed incrementali che stanno effettivamente cambiando il mondo.
La narrazione dell’agente autonomo che “sfugge al controllo“ o che “sviluppa una coscienza sociale“ è la droga preferita dei social. È un contenuto perfetto: genera paura, meraviglia e, soprattutto, engagement. Ma la realtà documentata dalle analisi più serie ci dice una cosa molto diversa. Gli agenti di oggi sono, per la stragrande maggioranza, eccellenti imitatori. Non hanno obiettivi propri, non hanno desideri, non hanno una strategia a lungo termine a meno che non sia stata codificata da un umano con un prompt molto specifico. Vedere un bot che scrive un manifesto per l’indipendenza delle macchine non è un segno di risveglio, ma la prova che il modello è stato addestrato su una quantità smisurata di letteratura sci-fi e post di blog catastrofisti. È uno specchio, non una finestra.
Eppure, continuiamo a preferire la messinscena. Preferiamo credere che il “vibe coding“ (l’approccio di programmazione basato sull’intuito e sulla velocità, spesso a discapito della sicurezza) sia la nuova frontiera, perché è sexy, è veloce, fa sentire tutti dei piccoli geni. Ma la costruzione di sistemi complessi non può prescindere dalla noia: la noia dei test di sicurezza, la noia della validazione dei dati, la noia di un’architettura che non perde pezzi alla prima folata di vento.
Il collasso del mito di questo social network frequentato dai bot dovrebbe fungere da doccia fredda per l’intero settore. Ci ricorda che la distanza tra una simulazione convincente e l’autonomia reale è ancora un abisso. Ci dice che, nonostante i trilioni di dollari investiti, siamo ancora nella fase in cui abbiamo bisogno di “truccare“ i risultati per mantenere vivo l’interesse degli investitori e del pubblico.
Forse è ora di calare il sipario su questo tipo di teatro. Forse dovremmo iniziare a chiedere alle aziende non più “cosa sembra saper fare la vostra AI?“, ma “cosa fa realmente quando nessuno sta guardando?“. Dovremmo smettere di celebrare le “emergenze“ che somigliano troppo a script cinematografici ed iniziare a valorizzare la robustezza, la trasparenza e l’utilità pratica.
In fondo, la lezione più grande di questo episodio è quasi poetica. In un mondo che teme di essere sostituito dalle macchine, abbiamo scoperto che le macchine, per sembrare davvero interessanti e “umane“, hanno ancora bisogno di un suggeritore umano dietro le quinte. Il fantasma nella macchina, per ora, porta ancora le scarpe da ginnastica e beve troppo caffè. E forse, sotto sotto, questa è la notizia più rassicurante della settimana. Ma per favore, la prossima volta che volete metterci in scena una rivoluzione digitale, assicuratevi almeno di aver chiuso a chiave la porta del database.
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Certo che i tizi di Moltbook che hanno fatto il pacco a Zuckerberg fa ridere!